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Ripesco un’intervista che ho fatto per in numero di Giugno della rivista Mobi.

Sempre piu’ spesso, negli ultimi anni, l’universo dei microbirrifici e quello musicale collidono. Ne parliamo con Giovanni Campari, Mastro Birraio del Birrificio del Ducato (Birrificio dell’Anno 2010).

Con piu’ della meta’ della vostra linea di birre dedicata alla musica, ho trovato naturale cercarti come interlocutore per farti qualche domanda sul tema. Capita molto spesso, nel panorama birrario italiano e internazionale, trovare prodotti che citano il mondo musicale, nel caso della Birra Artigianale mai in modo banale. Credo che la vicinanza di questi due mondi sia data dal carattere popolare e diretto delle due arti in questione. Cosa ne pensi? Qual e’ secondo te il legame che unisce queste due realta’?

Considero il mio lavoro, quello cioè di creare birre, niente altro che una forma espressiva come tante (fare vino, musica, poesia, ecc.). Come dico sempre, quando dopo tante prove, ricerca e lungo lavoro riesco ad ottenere una birra che mi trasmette delle emozioni, mi sento realizzato. Se poi queste emozioni, così come le percepisco io, le ritrovo nelle altre persone allora la mia soddisfazione è compiuta. La musica ha significato e significa molto per me, molto spesso nella musica trovo raccontate le cose della vita, non solo quelle della vita reale ma soprattutto quelle dell’immaginario e dell’esperienza interiore. Per me è questo il legame tra la musica e le mie birre, per altri forse sarà diverso.

New Morning e Winterlude. Due birre che prendono il nome da canzoni dello stesso album di Bob Dylan, New Morning del 1970. E’ un album che ti sta particolarmente a cuore? Quali sono i tuoi artisti preferiti?

Certo, la musica di Bob Dylan mi sta particolarmente a cuore, forse semplicemente perché mi ha accompagnato negli anni di costruzione del birrificio e mi accompagna ancora oggi. Mi sono avvicinato a Dylan grazie a mio zio e direi relativamente tardi, comunque forse è giusto così perché magari se lo avessi approcciato in un altro periodo della mia vita non lo avrei interiorizzato come ora.

Bob Dylan - New Morning

Per quanto riguarda New Morning, l’idea di chiamare la birra come la canzone risale al mio periodo di formazione al Birrificio Italiano nella primavera del 2006. A quel tempo ero molto felice e pieno di speranza perché sentivo che stavo per realizzare il sogno che covavo da tanto tempo, ogni mattina al mio risveglio ripetevo a me stesso “questo è un nuovo giorno!” e contemporaneamente avvertivo l’arrivo della primavera. Fu per questo che decisi di dedicare una birra alla primavera, ma anche al tema della rinascita e della vita nuova. La canzone mi ha molto ispirato. Anche Winterlude (che è nello stesso album) mi è sembrata molto appropriata Qui le suggestioni sono diverse e seppure la canzone non sia una delle mie preferite, si presta bene a rendere l’idea della pausa invernale, che poi è anche l’attesa per qualcosa che arriverà (la primavera, forse, infatti nell’etichetta la corona di fiori di ciliegio richiama proprio questo) anche in senso metaforico. L’ho dedicata ad un mio caro amico, il Bagna, morto una maledetta domenica di due anni fa.

 

Per quanto riguarda i miei artisti preferiti, devo ammettere che sono stati tanti quelli che si sono avvicendati durante le epoche della mia vita. Per fare alcuni nomi: Doors, Police, Pink Floyd, Sex Pistols, Ramones, Nirvana, Last Resort, Opressed, Who, Jam, Oasis, De Andrè, Bob Dylan, Clash (forse il mio gruppo preferito di sempre) e altri…

Però nelle mie etichette ho citato anche autori come Montale, Capossela, ecc.

Se l’abbinamento musicale di New Morning e Winterlude appare piuttosto evidente, non lo e’ quello della Sally Brown (sul sito del Birrificio e’ raccontato un gustosissimo aneddoto al riguardo). Ci racconti un po’ come e’ nato?

Ho deciso di chiamare la mia stout/porter (visto chè è un po’ un compromesso, una birra dallo stile non perfettamente definito anche se direi che assomiglia decisamente di più ad una oatmeal stout) Sally Brown perché nella scena scooterista e northern soul di Parma spesso si beveva soprattutto stout ai raduni soul e anni prima anche ai concerti Oi!, per anni ho ascoltato musica punk-oi! e frequentato la scena skinhead (redskin e sharp, ovviamente niente a che vedere con i nazi!!). Sally Brown è una canzone ska-original giamaicana, quindi una delle radici del movimento skinhead del ’69, ho deciso di chiamare la birra col nome della canzone di Laurel Aitken perché è molto evocativa di quella scena musicale e della sottocultura working class a cui appartiene.

Come dicevi, sulle vostre etichette appaiono citazioni di vario tipo, dalla musica alla poesia, oltre a contenere illustrazioni molto evocative. Questa evidentemente e’ anche una scelta di marketing. Quale pensi che sia allora il vostro target, ovvero il consumatore di birra artigianale medio?

Beh, naturalmente la scelta delle illustrazioni e dello stile fa parte della nostra scelta di immagine, ma se devo proprio essere sincero nell’etichetta cerco di trasferire le suggestioni che provo e che ho provato durante il percorso che mi ha portato alla creazione di quella birra. In questo è fondamentale il lavoro di Daniela, la nostra grafica, a cui cerco di trasmettere le mie idee ed emozioni che lei trasforma in illustrazioni. Le birre della linea del Ducato sono comunque birre ricercate e destinate ad un consumatore attento. Le frasi riportate spesso non hanno proprio a che fare con la birra in sé ma piuttosto sono evocative per me, sono ermetiche in un certo senso.

Tecnica e creativita’. Spesso in musica sono messe in contrapposizione (penso alla scena punk ed i suoi derivati). In campo birrario quanto incidono le conoscenze tecniche e gli studi della materia rispetto all’estro, alla fantasia ed alla sensibilita’ del birraio?

Come dico sempre, ritengo che le conoscenze scientifiche e tecnologiche siano assolutamente fondamentali in questo mestiere. In Italia soprattutto siamo di fronte all’esplosione di un movimento guidato più dall’entusiasmo che dalla consapevolezza di ciò che si fa (mi riferisco ai birrai).La tecnica è la base senza la quale risulta difficilissimo poter interpretare i sistemi complessi che abbiamo davanti (produzione del mosto, fermentazioni, ecc.) e senza delle adeguate conoscenze non si riesce a riprodurre la stessa birra con successo a meno che non si vada a parare nell’empirismo puro, ma allora come diceva un mio professore dell’università si diventa dei “praticoni” e non dei birrai professionisti. Questo non significa che le birre migliori vengano solo dai birrai più bravi tecnicamente (guardiamo la Germania) ma se non possediamo gli strumenti per intervenire nel modo giusto non riusciremo mai ad esprimere il nostro estro e la nostra fantasia di birrai, è come un pittore con grandi intuizioni ma che non sa disegnare, oppure uno scrittore che fa errori di sintassi. Credo che la formazione teorica e pratica siano dei requisiti indispensabili di ogni buon birraio: è per questo che ho scelto di assumere Matteo Milan, non solo per la sua esperienza a Brewdog, ma soprattutto perché laureato come me in Scienze e Tecnologie Alimentari.

Su Cronache di Birra ho visto un’anticipazione dell’etichetta della vostra nuova linea Bia, una citazione di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Ci vuoi parlare di questo nuovo prodotto? Hai qualche altra anticipazione da darci?

Le BIA sono state completamente rivoluzionate rispetto a due anni fa quando uscimmo con questo marchio per la prima volta, le etichette e la linea editoriale sono state completamente rifatte, le bottiglie saranno standard (mentre prima usavamo quelle del Ducato) e le ricette sono cambiate: Golden Ale, Bitter Ale (che poi è la Campari Bitter Ale), IPA e Oatmeal Stout.

Trova le differenze


Le BIA verranno prodotte solo nel birrificio di Fiornezuola che abbiamo rilevato a dicembre e stiamo finendo di sistemare, si tratta di birre meno ricercate di quelle del Ducato e più aderenti agli stili classici.

Per me si tratta, dopo 4 anni che faccio questo mestiere (se consideriamo l’anno di prove), di un ritorno alla semplicità. Confesso che sono tutte birre che adoro (soprattutto la Bitter, la IPA e la Stout) perché hanno una beverinità veramente notevole, diciamo che sono proprio birre da pub!

Queste birre verranno destinate ad un canale diverso rispetto alla linea del Ducato, infatti saranno presenti anche in grande distribuzione ed a prezzi molto più accessibili.

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Be My Guru

Hobo (Bad Attitude) – Stoneage Romeos (Hoodoo Gurus)

Katoomba, Hey! Macumbah, Ho!
Umgawah! Hey! Ho! Hey-eh! Ah…
Leilani – crula-bula-ulladulla-wok-a-tai
Aba-laba-laba, Hut!

Erano ormai mesi che non scrivevo piu’ su questo spazio. I motivi sono stati I piu’ disparati, non ultimo una sorta di imbarazzo mista a senso di inutilita’ generale dello scrivere di birra. Se Talking about music is like dancing about architecture (cit?), pensate a cosa puo’ essere parlare di musica E di birra.
Oggi invece mi prende cosi’, sia per un periodo di stasi forzata al computer sia perche, piu’ formalmente, ho voglia di parlare di una birra ed un birrificio ai quali per vari motivi tengo molto.
“Birra pensata per essere dissetante, per non richiedere eccesso di cognizione, per essere bevuta nei vagabondaggi serali lungo le strade“ la presi alla lettera quella presentazione, tanto che la prima volta ne ingollai una lattina sul treno che da Pianeta Birra mi riportava a casa, perso tra le nubi della mia ubriacatura e tra le decine di assaggi che avevo fatto precedentemente in fiera. Stesso approccio che ebbi al mio primo incontro con I Gurus. Periodo di amore selvaggio per il garage, ero sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di gruppi sempre piu’ sconosciuti e carbonari. Fu cosi’ che mi capito’ tra le mani questa compilation di garage australiano., che per inciso continuo ad ascoltare con estremo godimento nelle serate piu’ incazzate ed ignoranti.
Do The Pop e’ un quadro di quella che era la scena australiana negli anni ’80, fortemente influenzata dal garage-punk di matrice americana (revival del garage sixties) dal quale pero’ ne usciva questa band, Le Hoodoo Gurus (persero la desinenza poco dopo) che mi colpi’ con Leilani, un pezzo disallineato che ricalcava l’invaghimento di quei gruppi per I B-Movie ma ne esaltava la parte piu’ tribale, o per restare in loco, aborigena, sviluppandola in una musica rock’n’roll dai ritmi ossessivi e cori cerimoniali, facendola degenerare in una farsa nella miglior tradizione americana.
Qualche anno dopo trovai in una bancarella il loro vinile di debutto, Stoneage Romeos: come c’era da aspettarsi I Gurus, seppur influenzati pesantemente dalla scena musicale di moda a quei tempi, andavano oltre: una sorta di Ray Davies degli anni ’80, Faulkner sviluppava nei suoi testi storie mai banali, personaggi e situazioni di un acume che raramente era stato inciso su quel genere di dischi.
C’era un’ironia in quelle liriche, una cognizione sviluppata per non richiedere eccesso di cognizione, che nella mia mente la lega alla Hobo, la IPA di Bad Attitude. Una birra che a primo impatto, come anche dalla descrizione, puo’ sembrare l’ennesima copiatura dello stile americano per eccellenza. E anche se cosi’ fosse, di certo non me ne lamenterei. Ma qui c’e’ dell’altro. C’e’ un bouquet di aromi avvolgenti, di frutta matura e pesche sciroppate, che promettono al naso e danno il loro meglio in bocca, sostenute da un’impalcatura fatta da una scelta di malti mai invadenti, di cereali che stuzzicano il palato e giocano ad esaltare il finale amaro lungo il giusto. Una birra per tutti, che non ha bisogno di essere capita per essere goduta, ma che lascia il segno anche per chi come me, senza modestia, ne sa apprezzare la storia ed il significato piu’ profondo.

Untitled #2

Qualcuno ha avuto la mia stessa idea.
John Fortunano compara l’ascesa della birra artigianale con la conquista dell’America da parte dei Fab Four.

E da noi?

Anche se piuttosto lentamente (almeno in termini qualitativi e di movimento, non certo per numero di birrifici) il riflusso della reinassance americana sta iniziando a farsi sentire.

Nei ’70 riuscimmo ad esprimere grandissimi artisti ed un genere che seppur si rifacesse a modelli d’Oltremanica ridefini’ i confini della musica italiana e riusci’ a rendersi unico ed originale. Parliamo del progessive rock italiano e di gruppi come Area, PFM, Le Orme, Banco del Mutuo Soccorso solo per citare i piu’ rappresentativi.

Credo che anche in campo brassicolo potremo replicare questi ottimi risultati, ed alcuni prodotti italiani sono gia’ li’ a dimostrarlo. Forse ci vorrebbero piu’ coraggio, spinta all’innovazione e collaborazione da parte dei micro italiani.

E allora ecco una top 5 delle birre che mi fanno ben sperare:

Siberia

6 (Baltika) – Siberia (Diaframma,1984)

I nostri occhi impauriti nelle stanze gelate, al chiarore del petrolio bruciato e oltre il muro il silenzio, oltre il muro solo ghiaccio e silenzio. “

Storie di esportazioni e di contaminazioni.
Primi anni ’80, Firenze. Un manipolo di freaks, in citta’, fa girare sui propri piatti dischi di importazione, spesso comprati direttamente in loco nell’algida Albione. Ian Curtis e’ morto, lasciando in eredita’ la propria poetica decadente e nichilista. La new wave inglese, nata dalle ceneri del punk e dall’estremizzazione gotica del post rock, inizia ad essere conosciuta dalle sottoculture giovanili italiane. Alcuni dei (non molti) punk italiani si rasano le creste, mettono su camicia, pantaloni classici, scarpe e cinta di cuoio e spolverino, tutto rigorosamente in toni di grigio. Prendono anche in mano gli strumenti. Nasce cosi’ la scena dark-wave fiorentina. I gruppi si chiamano Neon, Litfiba, Moda, Diaframma. Quest’ultimi, partiti come cover band dei Joy Division qualche anno prima, danno alle stampe nel 1984 uno dei pilastri di quella scena e di tutto il rock italiano anni ’80, Siberia. Firenze non e’ Manchester, la nebbia e il freddo sono relegati ai pochi mesi d’inverno, il panorama ben’altro. La fascinazione per quei luoghi grigi e tetri, tuttavia, e’ molto forte. Citta’ industriali nelle quali l’alienazione data dal lavoro in fabbrica (quando c’e’) ed il disagio interiore dei giovani e’ ben espresso dall’ambiente in cui si vive. Non stupisce allora che Federico Fiumani guardi ancora piu’ lontano, alla gelida terra di Russia, aldila’ del muro per esprimere cio’ che sente nel profondo. Lo stesso tipo di angoscia che avvolge la gioventu’ degli anni di piombo. Il suono non si discosta molto da quello del loro gruppo guida: basso in evidenza, batteria essenziale e grosse dosi di flanger alla chitarra. Forse meno estremi e dissonanti dei Joy Division e piu’ melodici, il gruppo fiorentino si distingue anche nella voce teatrale e ai limiti della lirica del cantante Miro Sassolini, che canta i testi di  Federico Fiumani, paroliere di talento e leader del gruppo.  Fa presto Fiumani ad adattare all’italiano gli stilemi classici delle  liriche new-wave. Testi criptici, nei quali l’atmosfera generale e’ piu’ importante del significato dei singoli versi. L’amore romantico e’ il fulcro intorno al quale si sviluppano le canzoni, permeate da desolazione, estremo nichilismo ed’estetica post-industriale.
“The story of porter is the chronicle of the Industrial Revolution as it applied in beer” scrive Randy Mosher nel preziosissimo Radical Brewing. Non mi addentrero’ nei dettagli, ma l’associazione tra le porter e il nero del carbone, la fuliggine delle fabbriche a vapore e il cielo plumbeo Inglese e’ una delle piu’ ovvie. Inoltre la rivoluzione industriale volle dire soprattutto produzione di massa. Le famose porterhouse inglesi necessitavano di raggiungere nuovi mercati ancora poco avvezzi ai profumi del malto ed uno dei primi obiettivi fu proprio la Russia. Naque cosi’ anche uno stile, detto baltic porter, usato per indicare le birre esportate nella terra degli Zar, piu’ forti e luppolate. Ai giorni nostri non e’ rimasto molto delle tradizionali porter, ma la stessa denominazione e’ entrata a far parte degli stili moderni. Un esempio e’ questa Baltika 6, una birra color petrolio dagli impercettibili riflessi rubini, corpo meno esile del previsto, dati i 7 gradi alcolici,  dovuto all’utilizzo del malto di segale, schiuma beige poco persistente. Al naso poco complessa e piuttosto diretta nell’indirizzare verso fondi di caffe’ e cioccolato fondente. Sono convinto che se i giovani Diaframma avessero potuto mettere le mani su questa birra, sarebbe diventata la loro bevanda preferita. Sognando, romanticamente, la Siberia.

Untitled #1

Il mondo birrario e’ pieno di citazioni musicali. Questo e’ il primo post di una serie che raccogliera’ le piu’ interessanti.

Rivista MoBi, numero 1. Un interessante articolo spiega come il lievito agisca sul carattere aromatico di una birra, analizzandone i principali composti.  Uno dei piu’ famosi, della famiglia degli esteri, e’  l’acetato di isoamile, presente comunemente nelle birre di tipo weisse, dal tipico aroma di banana.

Ecco la versione integrale dell’illustrazione apparsa sul giornale:

Realizzata da Nicola Grande

La riconoscete, vero?

XX Bitter (De Ranke) – Kid A (Radiohead, 2000)

Innovazione e coraggio. L’abbinamento di oggi e’ in questi due termini. Coraggio che i Radiohead ebbero dopo il successo planetario dell’art-rock alienato di OK Computer, album che a posteriori fu solo il primo gradino verso la visione di Thom Yorke e soci.

Anno 2000: dopo 2 anni di annunci ed anticipazioni su internet (il gruppo di Oxford e’ sempre stato all’avanguardia nell’usare i nuovi mezzi di comunicazione) i quattro danno alle stampe Kid A. Accolto in un primo momento freddamente dalla critica, l’album nella prima settimana di uscita si porta subito in vetta delle classifiche UK, senza il supporto di un video o un singolo in radio. Messe in un angolo le chitarre, la band di Oxford veste le proprie canzoni di strumenti elettronici, loop e fiati, dilatando le canzoni sulla scia del movimento kraut-rock tedesco e delle evoluzioni piu’ minimali della musica elettronica degli anni novanta. La voce di Thom Yorke  si fa rarefatta, aliena, come nel caso del mantra d’apertura Everything Its Right Place, della ninna-nanna di Kid A o della finale Motion Picture Soundtrack . The national anthem e’ davvero un inno rock degli anni 2000, mentre How to Disappear Completely non manca di commuovere. Sono i 5 minuti di beat da club e paranoia di Idioteque pero’ che elevano Kid A a capolavoro.

L’innovazione del duo di De Ranke, invece, l’apportarono con una delle prime birre che produssero in serie, ottenendone tra l’altro una grande fama. Parliamo della birra definita la piu’ amara del Belgio. Non so se sia piu’ cosi’ (ne dubito), giacche’ il mercato delle super amare negli ultimi tempi e’ in costante (a volte con risultati agghiaccianti) crescita, ma 15 anni fa, in un mercato fortemente legato alle tradizione come quello Belga dovette essere un bell’azzardo. La XX Bitter e’ uno strano incrocio tra l’amaro di luppoli nobili come l’Hallertau e il Brewers Gold, usati in coni o fiori in quantita’ piuttosto generose, un malto pilsner ed un tipico carattere di lievito alla Orval. Nei due casi l’innovazione non e’ stata fine a se stessa, ma e’ stata capace, grazie al coraggio dei creatori, di trovare nuove forme espressive, aprire mercati prima inesplorati e ottenere punte d’eccellenza che sono entrate a far parte della storia dei rispettivi mondi, quello birrario e quello musicale.
Pale Ale (Sierra Nevada) – Murmur (R.E.M, 1983)

Qualche giorno fa mi e’ capitato di riascoltare l’esordio dei R.E.M., Murmur, e di pensare a quanto questo disco avesse influenzato la musica americana da li’ in avanti. Non fu un grosso successo commerciale (200mila copia vendute quell’anno), sebbene la critica ne fosse entusiasta da subito. Il disco defini’ le coordinate di un genere oggi definito come indie-rock,  portato negli anni seguenti ad un grande successo. La cifra stilistica della band, da questo primo album dell’83, e’ bene o male sempre rimasta la stessa, nella proposta costante di un rock piuttosto essenziale, venato da influenze folk classiche combinate ad un suono piu’ moderno, vicino alla new wave newyorkese. Il forte carisma di Stipe, l’inconfondibile voce nasale, i suoi testi criptici ed esistenziali fanno il resto. Uno dei grandi meriti dei R.E.M. e’ stato quello di elevale la ballata rock ad arte, riuscendo nel contempo a scrivere canzoni fresche, memorabili e facilmente accessibili. Mi e’ venuto allora naturale associare il percorso della band di Athens con quello dei birrai della Sierra Nevada, Ken Grossman e Paul Camusi. Si deve anche a loro, pionieri negli anni ’80, ed alla loro Pale Ale, l’esplosione di microbirrifici negli Stati Uniti. Questa birra e’ diventato uno standard, il primo modello di American Pale Ale. Una ricetta molto semplice, nata dall’adattamento della English Pale Ale agli ingredienti autoctoni. Dal colore piuttosto chiaro e pulito, e’ caraterizzata dal malto Two Row soprattutto dai luppoli Cascade, oltre che Magnum e Perle, che le danno il tipico aroma agrumato. Da quella prima birra, prodotta in impianti di fortuna, sono oramai passati quasi trent’anni, ed il microbrifficio, per quanto riguarda i volumi di produzione, non puo’ praticamente piu’ definirsi tale. La qualita’ e lo spirito, invece, la elevano nell’olimpo birrario mondiale. Cosi’ come quel piccolo gruppo della Georgia che girava l’America in un Dodge sgangherato e che oggi riempie gli stadi, con la solita, fortissima passione.